ResistiAMO con LO SPORT! – QUANDO LO SPORT CI RICORDA L’ANTICA ARTE DELLA RESILIENZA

Germania, agosto 1936. All’Olympiastadion Berlin si stanno disputando i Giochi della XI
Olimpiade. Un’Olimpiade, quella, che rinnoverà molte delle convinzioni dell’epoca. Per la prima
volta nella storia, infatti, una donna italiana – Trebisonda Valla, nota a tutti come Ondina – sta per
vincere una medaglia d’oro. Un giovane afroamericano, invece, sta per sconvolgere l’opinione
pubblica sfatando il mito della supremazia della razza ariana. Un nuovo record storico – che sarà
pareggiato solo molti anni dopo, alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 – sta per essere stabilito.
Quattro medaglie d’oro in una stessa Olimpiade. E un solo nome: Jesse Owens. Un ragazzo di soli
ventitré anni sta per dare al mondo intero un’eccezionale lezione: «in pista non esiste bianco o nero,
ma solo veloci o lenti. Non conta nient’altro: né il colore, né il denaro e neanche l’odio. In quei 10
secondi sei completamente … libero». Un atleta che affronta tante difficoltà, ma che continua, con
tenacia, a perseguire il suo obiettivo: vincere. Tutto per quell’attività per la quale sembra essere
nato e che continua a farlo sentire vivo: correre.
Questi due ragazzi, allora come oggi, mostrarono al mondo che lo sport può essere anche un
validissimo strumento di riscatto, uno strumento che non bada a discriminazioni di genere o razza,
ma si concentra sulla persona in quanto essere umano.
Abbattere le differenze, aggregare i popoli, diffondere ideali di pace e libertà. È anche questo quello
che fa lo sport. E proprio per queste ragioni, il 23 agosto 2013, nella Risoluzione 67/296,
l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso di proclamare una “giornata internazionale
dello sport per lo sviluppo e la pace”. Il 6 aprile la data prescelta, in ricordo dell’inaugurazione dei
primi giochi olimpici dell’era moderna svoltasi ad Atene proprio in questo giorno del 1896.
Giochi olimpici dell’era moderna. Sì, perché quelle a noi note semplicemente come Olimpiadi
affondano le loro radici in tempi antichissimi e ci fanno approdare in Grecia, la culla del sapere e
dell’arte in tutte le sue forme. I Giochi olimpici antichi erano le manifestazioni più importanti tra i
cosiddetti Giochi panellenici (Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei) ed erano delle celebrazioni
atletiche con una forte valenza religiosa. Essi rappresentavano inoltre un momento di pace, nel
senso che, per tutta la durata della manifestazione, era proclamata la tregua e, perciò, la sospensione
delle ostilità per l’intero mondo greco.
In questa forma continuarono a deliziare gli antichi popoli del Mediterraneo fino al 393 d.C. quando
furono vietati dall’imperatore Teodosio. Solo molto tempo dopo uno storico e pedagogo francese
ebbe l’idea di dare nuova vita ai Giochi olimpici attraverso un evento di portata internazionale che
includesse gli sport più importanti dell’epoca. Nel corso del XIX secolo, infatti, Pierre de Coubertin
cercava di dare una spiegazione razionale alla sconfitta francese nella guerra franco-prussiana e,
dopo svariate ricerche, giunse alla conclusione che la motivazione ruotava tutta attorno al fatto che
gli sconfitti non avevano mai avuto un’educazione fisica appropriata. L’obiettivo di De Coubertin,
perciò, divenne duplice: impegnarsi per migliorare l’educazione e la cura del corpo dei ragazzi
francesi e, soprattutto, trovare qualcosa che riuscisse ad avvicinare tutte le nazioni e i giovani del
mondo intero non per farli cimentare nell’arte bellica, come era stato fino a quel momento, ma in
una nuova e sana competizione sportiva. È così che sono nati i Giochi della I Olimpiade.
De Coubertin, quindi, aveva intuito che lo sport poteva essere un forte mezzo di coesione tra gli
individui e i popoli tutti e decise di puntare su questa sua valenza.
I frutti dello sport a livello sociale, d’altro canto, si possono raccogliere e apprezzare ancora oggi.
«Una funzione sociale non indifferente, quella dello sport, che trova riscontro in tutte le fasce d’età,
non solo negli anziani o nei bambini» – spiega Matteo Mazzone, giovane membro del Consiglio
Direttivo della UISP, Comitato di Pisa, nonché responsabile coordinamento istruttori UISP.
«Per i bambini è indubbiamente più facile instaurare nuovi rapporti attraverso lo sport perché
partono da una necessità diversa, quella di giocare, e si concentrano sul gioco. Per i giovani e gli
adulti, invece, spesso lo sport è il pretesto necessario a rompere il ghiaccio, quel che serve per

avviare una conversazione o per poter instaurare nuove relazioni con altri evitando di buttarsi,
diciamo, senza rete. Per quanto riguarda gli anziani, infine, lo sport è un pretesto per uscire di casa
ed è di più facile attuazione per tutte le associazioni o enti che vi si dedicano» – continua Mazzone.
D’altronde, già nell’antica Grecia i Giochi rappresentavano, insieme al teatro, il principale
momento di aggregazione e diventavano motivo di rafforzamento dell’identità nazionale.
Dall’accurata analisi presentataci dal giovane esperto, oltre ai numerosi aspetti positivi, è facile
individuare anche quelle che sono le criticità: «il problema», infatti, «è che si tratta ancora di
un’associazione inconsapevole e non valorizzata a dovere per favorire gli scambi. Non esistono, ad
esempio, momenti sociali organizzati in cui mi presento e gioco con altre persone, questo
sicuramente dovuto alla burocrazia che sta dietro allo sport e alla complessità nell’organizzare gli
spazi necessari».
Delle difficoltà superabili, un limite che certamente può essere oltrepassato. Questo momento di
pausa, questo lockdown – per usare l’anglicismo che ci riempie gli orecchi da due mesi a questa
parte –, può essere fruttuoso anche per questo. Tutto lo sport odierno, infatti, è bloccato per la
pandemia che ha travolto il mondo intero. Eppure, ancora una volta, anche se apparentemente in
standby, lo sport ci salva. «Intanto l’aver inserito l’attività motoria come valido motivo per uscire di
casa è senza dubbio un primo grande riconoscimento dei benefici che porta a chi la pratica.
Praticarla in casa, invece, è utile per spezzare le routine che si sono create in questo periodo,
passando dalla sedia al divano al letto, grazie soprattutto agli effetti che l’attività fisica produce sul
cervello e sul rilascio di determinate sostanze chimiche, come ad esempio l’endorfina, un potente
analgesico ed eccitante che compensa la fatica e, per così dire, alza l’umore».
L’importanza dello sport, quindi, che in questo drammatico momento più che mai emerge non solo
per la sua funzione associativa, ma anche per quella primaria e basilare legata alla salute
dell’individuo. «Seppur non particolarmente attive, molte persone hanno eliminato anche il poco
movimento giornaliero che riuscivano a svolgere andando a lavorare, e questo porta
irrimediabilmente ad una riduzione del tono muscolare e ad un aumento della stanchezza percepita»
– ha aggiunto in conclusione Mazzone.
Lo sport ci abitua ed educa ad avere una straordinaria capacità che dobbiamo tirare fuori e sfruttare:
la resilienza, quella straordinaria abilità a resistere alle situazioni avverse. Ed un’altra emerge
spontaneamente: lo spirito di squadra. Tutto ciò che ci serve in questo momento. Come ha
dichiarato papa Francesco proprio in occasione della Giornata internazionale dello sport, infatti, «in
questo periodo tante manifestazioni sono sospese, ma vengono fuori i frutti migliori dello sport: la
resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza e il dare il meglio di sé. Dunque abbracciamo lo sport
per la pace e lo sviluppo».
E allora ascoltiamolo tutti questo invito.
Impegniamoci, resistiamo e rimaniamo uniti, oggi più che mai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *