I SACCHI DI SABBIA SI RACCONTANO

La celebre compagnia teatrale pisana ci racconta di sè e del suo teatro

Prima che il Covid 19 interrompesse qualsiasi attività teatrale e bloccasse quasi tutte le manifestazioni sceniche previste sul territorio, abbiamo avuto l’occasione e il privilegio di incontrare Giovanni Guerrieri, attore, regista e drammaturgo della compagnia “I Sacchi di sabbia”. Da anni simbolo della scena contemporanea pisana e premiata con notevoli riconoscimenti, la compagnia, vive di un continuo connubio tra tradizione e ricerca, tra classico e contemporaneo. Una sperimentazione vincente che nel tempo ha prodotto spettacoli di successo.
Durante il nostro incontro con Giovanni abbiamo affrontato diversi temi ma in particolar mondo ci siamo soffermati sugli inizi, sulla scelta del loro nome e sulle esperienze realizzate al di fuori del palcoscenico.

Giovanni, partiamo subito con la domanda più importante di tutte. Come è nata la vostra compagnia?
“La nostra compagnia è nata venticinque anni fa in un circolino arci, in via del Borghetto, che si chiamava “Circolo la Rossa” , dove facevamo delle prove per avere un approccio con il pubblico per vedere se ciò che provavamo funzionava. Era una cosa che oggi non si usa più, una sorta di apprendistato pratico: consisteva in prove settimanali intorno a un materiale che poi prevedeva una verifica immediata con il pubblico. Un approccio che è andato avanti per circa due anni sul del materiale che era comico e cabarettistico ma diverso rispetto a quello che vedevamo ai tempi. La nostra idea di cabaret richiamava Brecht ma si avvicinava anche ad un certo tipo di teatro futurista. La nostra compagnia si è formata così ed è composta da me, Giulia Gallo, Enzo Iliani e Gabriele Carli. Siamo tutti nati qui. Tutti noi abbiamo fatto i corsi del Teatro S’Andrea, una scuola che è nata nel 1986, e che ci ha fatto avvicinare a questo immaginario comico che può definirsi arcaico e non amatoriale. “

“Sacchi di sabbia”. Perchè la scelta di questo nome cosi singolare e particolare?
“Perchè in quegli anni ( gli anni della fondazione della compagnia) l’Arno era sempre gonfio e i sacchi di sabbia erano all’ordine del giorno, erano sulla bocca di tutti e quindi decidemmo di chiamarci cosi. Questo nome poi per noi è diventato una sorta di metafora di resistenza. Resistenza però a cosa? Ci sono tante cose a cui bisogna resistere. Era quindi una parola che ci piaceva e che abbiamo deciso dovesse rimanere con noi.”

Quindi un teatro, il vostro, che resiste e assorbe i mali della società.
“Certo. Si può dire anche così o per lo meno il teatro, come forma d’espressione, ci prova sempre”

Sappiamo che nel corso di questi anni avete prediletto un metodo di lavoro non convenzionale che coniuga tradizione e ricerca. Ce ne vuoi parlare?
“Si, sono state le nostre caratteristiche attoriali a guidarci. La nostra sintassi scenica ci è stata chiara fin da subito con il vantaggio di avere una verifica scenica immediata perchè, come dicevamo, il comico è quel genere di spettacolo che se funziona lo vedi subito: se la gente ride, hai fatto centro. Questo ci ha cosi permesso di rapportarci ad immaginari diversi. Quello più consolidato che ci ha dato anche una certa notorietà è quello che si è assestato sulla letteratura minore e non quindi sulla prosa. Con la compagnia abbiamo anche attraversato testi piuttosto inusuali nel contesto teatrale. Uno per tutti è il nostro “Sandokan” o “La fine dell’avventura” che è un Salgari. Un altro esempio è poi il testo di Jack Finney sull’invasione degli ultracorpi. Ecco ciò che abbiamo messo in scena nasce essenzialmente dalla convinzione che quel tipo di letteratura possa ancora oggi gettare luce su tante ombre del nostro vivere. “
La vostra compagnia nel corso del tempo ha gestito anche varie attività laboratoriali e tra queste ricordiamo i laboratori di espressione teatrale svolti presso la casa circondariale “Don Bosco” di Pisa. Cosa vi ha lasciato questa esperienza e cosa speri che abbiate lasciato ai partecipanti?
Io posso parlare del momento in cui arrivavamo noi e facevamo una performance insieme ai ragazzi che avevano già preparato i loro materiali. Posso dire che è stata una esperienza straordinaria seppur forte perchè si entra in un luogo di reclusione dall’impatto emotivo intenso. E’ stata comunque una esperienza di grande umanità dove si è respirata un’idea di teatro davvero antico. Quando entravi li dentro intravedevi, respiravi, annusavi quello che poteva essere davvero il teatro per gli antichi. Si viveva quindi in una dimensione in cui il teatro non era più un semplice intrattenimento ma diventava forte necessità.

Link della compagnia:
http://www.sacchidisabbia.com/

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