LA SPESA IN PIAZZA: RICORDI DI VITA CITTADINA PRIMA DEI SUPERMARKET

La rievocazione di ricordi passati e la voglia di conservarli come una memoria storica e personale. Una nostalgia del passato che forse, in questo periodo di pausa forzata, torna prepotentemente a farsi sentire. Il desiderio di far conoscere e raccontare, sotto un punto di vista insolito, una delle principali pizza della città di Pisa. Sono questi i presupposti e gli stimoli che hanno portato Paola Pisani Paganelli, autrice e insegnante, a scrivere e raccontare “la spesa in piazza”: un libro che è una narrazione e un pezzo di storia della città pisana prima dell’avvento dei grandi supermercati.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
Conservare la memoria di una parte di microstoria della città di Pisa e del circondario. Il modo in cui i nostri nonni, i nostri zii, i nostri genitori facevano la spesa. Erano tempi in cui non c’erano i supermercati, non c’erano frigoriferi e le madri erano soprattutto casalinghe. Difficilmente si lavorava fuori casa quindi la spesa era quotidiana, giornaliera. C’era quindi il negozio sotto casa, il negozio di vicinato però per le cose più importanti, specie per le famiglie numerose, si andava al mercato. Per i pisani il mercato era la piazza. Bastava dire “vado in piazza” e si capiva che si andava al mercato a fare la spesa. Questa piazza a Pisa è sempre stata Piazza delle Vettovaglie. Per secoli numerose famiglie si sono rifornite nel mercato cittadino. Prima ancora delle Vettovaglie c’era Piazza dei Porci, poi Piazza del grano. All’epoca fu Lorenzo il Magnifico ad identificare nel ventre della città lo spazio in cui rifornirsi. Io ho ancora memoria della folla che confluiva nel mercato che veniva svolto il mercoledì e il sabato. Tante mamme con i loro bambini andavano al mercato per cercare di fare la spesa provando a risparmiare. Al mercato infatti si andava per comprare grosse quantità di materiale a dei prezzi quasi sempre accessibili. Nella piazza c’era sempre molto rumore. Tutti urlavano ma non c’era rivalità. Tra venditori si aiutavano.
La spesa è un’attività che noi oggi facciamo tutti. Sono chiaramente cambiate le modalità perché oggi non si va più nei mercati o meglio non solo in quelli ma ci si reca anche agli ipermercati. E’ quindi cambiata la comunicazione tra venditore e acquirente. A questo proposito ci si chiede, c’è nostalgia di un ritorno al passato?
In questo senso si. Per lo meno la mia generazione sente molto questa nostalgia perché stenta ad orientarsi oggi. Tutti i punti di riferimento che avevamo sono saltati quindi c’è un grande distacco. Sono bastati pochi anni a fare in modo che le possibilità di intercomunicazione si siano ridotte. Al mercato gli acquirenti avevo un rapporto personalizzato con i venditori, c’era grande confidenza. Oggi questo rapporto si è perso. Si fa tutto di fretta, la spesa si concentra tra un’attività e l’altra e per questo l’aspetto umano si è impoverito molto.
Ha intenzione di rievocare qualche altro ricordo del passato?
L’ho fatto qualche tempo fa. Ho presentato “A spasso nel 1950. Graffiti nazional popolari di una generazione”. Ho raccolto la memoria della mia generazione a 365 gradi. Quali erano le modalità di vita, i rapporti interpersonali, le istituzioni, la famiglia, la chiesa, la patria. La maestra ad esempio per quanto fosse laica ai bimbi faceva recitare la preghiera e poi cantare l’inno nazionale. Erano altri tempi, C’era il principio di autorità ma non era autoritarismo. Era il rispetto dell’autorità che si acquistava con l’autorevolezza. Ora è tutto sullo stesso piano mentre l’esperienza dovrebbe implicare anche del rispetto specie per le persone della generazione passata.

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