SOTTO UN CIELO CHE NON DIMENTICA -Settantacinque anni dopo Pisa commemora le vittime dell’Olocausto

Il ponte centrale della città bloccato alla viabilità. Immagini in bianco e nero che venivano proiettate sulla parete del piano superiore delle Logge di Banchi. E nell’aria aleggiava un silenzio desueto. Qualcuno avrà pensato di essere stato catapultato in un’altra epoca, magari verso la fine degli anni Sessanta, quando quei meravigliosi cinema all’aperto erano la regola, non l’eccezione. Se questa è stata l’impressione iniziale, però, quel qualcuno si sarà subito reso conto che così non era. Perché poche sere addietro, domenica 26 gennaio, quelle immagini che dominavano la visuale sui lungarni pisani non erano state proiettate a caso e quel silenzio era tutt’altro che desueto. Era un silenzio doveroso, di rispetto, di memoria. «[…]Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore / stando in casa andando per via, / coricandovi, alzandovi». Con questi versi Primo Levi ammoniva i posteri e, certamente, questi stessi versi risuonavano nella mente e nel cuore di chi assisteva interdetto alla vista di quello scenario. Che ciò che è stato non accada mai più: questo, invece, il pensiero e il proposito sempre vivo di chi poi piano piano cominciava ad uscire da quella bolla di ricordi nella quale era piombato.

Da una bolla siamo stati attratti ora anche noi, ma non una bolla di ricordi, almeno non per ora. Di chi mai poteva essere stata quella assurda quanto affascinante idea? Non si trattava altro che di una delle tante iniziative che il Comune e la Prefettura di Pisa, in collaborazione con Questura di Pisa, Provincia di Pisa, Università di Pisa, Scuola Normale Superiore, Scuole Superiore Sant’Anna, Ufficio scolastico regionale, Comunità Ebraica di Pisa, CISE (Centro interdipartimentale di studi ebraici), ANPI – sezione di Pisa, Cineclub Arsenale e Coop Culture hanno organizzato in occasione del settantacinquesimo anniversario della liberazione da parte delle truppe dell’Armata Rossa del campo di concentramento di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Il ciclo di eventi, che si sono protratti per 10 giorni, si è concluso nella mattinata di giovedì 30 gennaio nell’aula magna di Palazzo Matteucci, sede del Dipartimento di Filologia Letteratura e Linguistica, con una lezione magistrale tenuta da Liliana Picciotto Fargion del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano sul tema “Donne, Shoah, Resistenza”. Nel corso dell’incontro sono stati presentati anche due volumi, curati da Fabrizio Franceschini, che, tra l’altro era impegnato nel ruolo di moderatore dell’evento. I due volumi, “Frida Misul. Canzoni tristi. Il diario inedito del Lager” e “Per Frida Misul. Donne e uomini ad Auschwitz”, erano incentrati sulla figura di Frida Misul, livornese di origine ebraica reduce dell’olocausto, autrice nel 1946 di una delle prime testimonianze letterarie di deportati italiani nel campo di concentramento di Auschwitz. Frida fu arrestata ad Ardenza, nemmeno venticinquenne, il 1 aprile 1944 dalla polizia italiana e detenuta nelle carceri di Livorno e di lì inviata al campo di transito di Fossoli, dove dovette subire continui e pressanti interrogatori affinché rivelasse il nascondiglio di alcuni familiari e del cugino, Umberto Misul, che si era unito ai partigiani. Frida non si lascia intimorire mantenendo il suo fedele silenzio e per questo il 16 maggio 1944 sarà deportata ad Auschwitz. 

AX5383: questo diverrà Frida appena sei giorni dopo, il 22 maggio, all’arrivo ad Auschwitz. 

All’incontro erano presenti anche Roberto Rugiadi, figlio di Frida Misul, oltre alla figlia di Gina Samalia, cugina di Frida Misul, che, da insegnante, con la sua classe di studenti ha poi mostrato alla platea un video sulla figura di questa grande donna, che ha dovuto subire simili atrocità per la sola “colpa” di essere ebrea.

Una mattinata ricca di spunti, riflessioni, considerazioni. E di un caloroso monito: continuare a parlarne, a ricordare, a perpetuare la memoria di ciò che è stato, a non essere indifferenti perché l’indifferenza è la peggior arma, anche più della violenza. 

Nella speranza di «passare il testimone», «di mantenere vivi questi valori e trasmetterli alle generazioni» – queste le parole di Paolo Mancarella, Magnifico Rettore dell’Università di Pisa – la parola d’ordine, se così è giusto definirla, è stata impegno, un «impegno comune affinché tali forme di delirio non si verifichino più. Come? Coltivando conoscenza, memoria e spirito critico» – questo, invece, quanto auspicato da Giuseppe Castaldo, Prefetto di Pisa. 

E allora non ci resta che ricordare, ricordare per essere cittadini consapevoli, cittadini migliori. Perché se anche quelle donne che hanno vissuto l’abominio dei lager riuscivano a continuare ad avere fiducia e a credere che l’essere umano potesse ancora redimersi, possiamo riuscirci anche noi. Il bello sta sempre e solo lì: nel non permettere al male di assorbirci e dominarci e lasciare sempre aperto uno spiraglio nel nostro cuore e continuare, come scriveva Anna Frank, «a credere nell’intima bontà dell’uomo».

 

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