Storia di Una Pineta

In una domenica come tante, prima del D.p.c.m.L, quando ancora si poteva passeggiare col naso all’insù senza uno scopo preciso, calpestando gli aghi di pino e i sentieri di dune dietro le case di Marina di Pisa mi sono chiesta quale fosse la storia di questa pineta.

Una pineta, questa, che ci accoglie ogni giorno anche se ci presentiamo senza preavviso, quando lungomare c’è troppo caldo d’estate o troppo vento d’inverno. Una pineta, questa, che non sempre ha il nostro rispetto ma lei comunque divora i nostri rifiuti abbandonati da mani ignoranti che ancora non capiscono l’impatto che l’uomo ha sull’ambiente che lo circonda. Una pineta, questa, che accetta ancora che il passaggio delle nostre auto sovrasti i suoi rumori e i suoi odori più nascosti. Una pineta, questa, che il nostro rispetto se lo meriterebbe solo per il semplice fatto che non ha scelto di esistere, è stato, come sempre, l’uomo a decidere che avrebbe dovuto esistere: forse conoscendone la storia si può apprezzarla un po’ di più.

E quindi, prima di tutto una precisazione è d’obbligo: la pineta del litorale pisano che va dalla foce dell’Arno a Calambrone è compresa all’interno della Tenuta di Tombolo da non confondere con l’omonima Tenuta di Tombolo di Grosseto. Una tenuta di 5.000 ettari facente parte del più complesso Parco Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli. Il suo nome, Tombolo, deriva dal latino tumulus che significa rilievo del terreno, perchè dove ora ci sono i sentieri, le case e le spiagge, prima, fino all’arrivo dei Savoia, erano solo acquitrini salmastrosi, vegetazione bassa e cespugliosa e i detriti portati dal fiume che alzavano la bocca dell’Arno, i tumuli appunto.

Furono poi i Savoia nella seconda metà dell’800 con la nascita di Marina di Pisa a riorganizzare la tenuta con opere di bonifica e piantumazione del Pino Domestico per la realizzazione delle pinete.                                                                 A questo punto dovremo chiederci: perché i Savoia hanno scelto proprio le pinete?

Ebbene, già da un paio di secoli il Pino Domestico era presente all’interno di San Rossore, grazie a Domenico II de’ Medici, un uomo al passo con la moda del tempo, che fece di San Rossore il proprio giardino delle meraviglie e ampliò di non poco la flora e la fauna del territorio importando anche i dromedari. Così, dalla nascita delle prime pinete, a San Rossore si cominciò a sfruttare la produzione dei pinoli come ottima opportunità di commercializzazione. E quindi la pineta di Marina di Pisa divenne a sua volta luogo di lavoro per molti e guadagno per altri e il pino fu diffuso su tutta la costa toscana dalla Versilia a Grosseto, compresa la Tenuta di Migliarino sotto il controllo della famiglia Salviati.

La storia della nostra pineta però non si limita a questo. È stata, infatti, luogo di ispirazione per poeti e non solo: basti pensare alle parole de “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio.                                                                                  Questa pineta è stata ed è ancora zona militare. E di loschi affari, come quando nel dopo guerra attraversò il suo periodo peggiore e le venne attribuito il soprannome di paradiso nero. Una vicenda che fece eco in tutto il mondo e sulla quale furono girati ben 2 film proprio all’interno della stessa, trasformandola quindi in set cinematografici.

È stata anche al centro di dibattiti accesi che impedirono scempi e dettero il via all’istituzione del Parco come lo conosciamo oggi. Dibattiti che durarono anni: la prima proposta di istituire un Parco fu del 1948 da parte della Società Botanica italiana preoccupata di salvaguardare un ambiente ricco di formazioni vegetali che rappresentano ancora oggi il bosco prima delle modifiche antropomorfiche.

Nel 1965 il nuovo piano regolatore del Comune di Pisa firmato dagli urbanisti Dodi e Piccinato aveva dato il via libera alla lottizzazione della pineta alle spalle di Tirrenia mano a mano che l’attività cinematografica nei teatri di posa riduceva. Contemporaneamente a Migliarino i duchi Salviati e il Comune di Vecchiano si accordavano per l’urbanizzazione della pineta di Migliarino. Un anno dopo nel ’66 il giornalista Antonio Cederna denuncia i due fatti in un articolo uscito su L’Espresso intitolato la congiura della pineta. I fatti descritti da Cederna fanno scalpore e il dibattito si accende. I partiti politici coinvolti indietreggiano e le convenzioni si annullano. Solo nel 1974 comincia a prendere forma il progetto di un Parco che tuteli l’intero territorio da Tombolo a Massaciuccoli.

Oggi quindi dovremmo chiederci che cosa non funziona in questa protezione quando si parla della pineta di Tombolo. La poca informazione e conoscenza del proprio territorio? Il poco controllo da parte competente dei sentieri del litorale? Come mai il rispetto di questa pineta assai bella viene a mancare ogni giorno?

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